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Amo la parola “rispetto” e ancora di più la “cultura del rispetto”

Per una cultura del rispetto contro ogni forma di violenza – Interviene Maria Grazia Fontana, sociologa e scrittrice

Viterbo –  Rispetto. Amo questa parola e ancora di più la “cultura del rispetto”. Mi sembra quasi di assaporare lontani ricordi: il rispetto per le istituzioni, per i valori, per la famiglia. Ma aggiungo quello per l’ambiente, per la diversità, per gli anziani, per il colore della pelle e per l’individualità tutta degli esseri viventi. E mi viene da sorridere perché capisco che con l’età si diventa un po’ polemici e quindi, per non essere retorici, provo a dire  che i cambi generazionali portano con sé cambiamenti non sempre e solo negativi, ma pur sempre cambiamenti.

Veloce. E’ tutto tremendamente veloce e “liquido” per dirla alla Bauman. Ma non lamentiamoci dei giovani perché sono il frutto dei nostri tempi. Sono i figli di quella generazione degli anni ’80 ai quali tutto sembrava possibile.

Noi, gli adulti che non siamo vissuti di tecnologia ma di relazioni,  che veniamo da chi realmente ha costruito e pensavamo che il benessere non conoscesse la parola fine. Ma in fondo siamo coloro che invece non hanno saputo stare al passo con i mutamenti. Ne siamo stai inglobati. Fagocitati. Troppo frettolosi, troppo impegnati ancora oggi a raggiungere obiettivi e traguardi e nel mentre ci siamo persi qualche passaggio. Molti hanno perso la stima per se stessi, molti non guardano al di là del proprio naso e altrettanti non sanno insegnarlo questo famoso “rispetto”. E invece è il concetto che sta alla base della vita di ognuno di noi: rispettare se stessi per rispettare gli altri. 

I figli del “rispetto” mancato, ignorato e calpestato sono la violenza e la sopraffazione. Non siamo riusciti forse a trasmettere la grandezza della parola amore che comprende il mondo con tutti i suoi colori e le sue multiforme figure. Amore inteso come condivisione, complicità, empatia e non come possesso. Nessuno possiede nessuno.

La libertà è un diritto che va onorato in modo assoluto. Ma noi continuiamo a correre senza accorgerci che una carezza troppo forte si trasforma in un pugno e che una parola sbagliata, un atteggiamento aggressivo sono lame nel cuore. Forse questa immagine tratta dal mio secondo libro riesce a interpretare in modo più adeguato il pensiero che ho in merito al “non amore” e al “non rispetto” … “Sulla terrazza dell’alberghetto ti ha trascinata per i capelli fin dentro la stanza. Perché? Perché stavi guardando il tramonto. E poi cosa hai visto? Il colore della tappezzeria così vicino al tuo naso tanto che ne sentivi l’odore della colla.

E poi di nuovo ti ha girato la faccia verso di lui, torcendoti il collo e tirando ancora i capelli fino a strapparteli. E quel pugno. Forte. Sordo. Sull’occhio. Dritto dentro l’anima. Hai chiuso le braccia per proteggerti. Zitta. Zitta. Non una lacrima a lavarti il dolore. A levarti quella puzza di vino sul collo. Non una parola. Nessun grido a spezzare il silenzio fatto di colpi crudi e dritti fino a toglierti il respiro. Zitta perché altrimenti lo disturbi e la sua furia non conosce più limiti. Questo lo sai. Zitta per favore, non fare rumore…”.

Ma  non accade a noi… Tuo figlio non è aggressivo è solo incompreso… E quella, è la donna di un altro e non è tua figlia.  E tanto, tanto possiamo dire e far finta di comprendere, ci mostriamo indignati, costernati e spariamo giudizi. Asteniamoci dal farlo e cerchiamo di capire, magari facendo piccole ma profonde azioni. Di fronte all’indifferenza e al falso pietismo inizio a parlare e non mi stanco di farlo.

Viviamo in un mondo complicato e troppo spesso si possono perdere gli equilibri. Ritrovarli non è semplice, a volte è più difficile di quanto si possa immaginare, ma prima di commettere un gesto estremo, un’azione senza ritorno che porti a conseguenze catastrofiche, cerchiamo di avere l’umiltà di chiedere aiuto. Sembra quasi che non sappiamo più affrontare un cambiamento, sostenere la fine di un amore, tollerare un rifiuto. Le fragilità ci stanno inghiottendo e con esse la capacità di reagire. E tutto ciò non giustifica la fine di una vita.

Non arriviamo a infliggere dispiaceri inammissibili. Non giungiamo a toccare il dolore di un genitore che perde una figlia e che non si può comprendere se non lo si vive, perché a quel punto non esistono più “ma” o “se”, ma unicamente “perché”. E sicuramente non avremo più risposte. Un dolore che posso solo immaginare, che lacera l’anima e che mai si riuscirà a metabolizzare se non attraverso un difficilissimo percorso fatto di parole. Le stesse che forse riusciranno a fermare le assurde violenze psicologiche, economiche e fisiche. Perché senza rispettonon c’è amore, comprensione, condivisione, tolleranza, empatia. Ci sono solo malvagità e cattivi pensieri.    

Maria Grazia Fontana

Sociologa e scrittrice

11 luglio, 2019

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