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Default Catania, pronto emendamento: in arrivo aiuto da 500 milioni di euro

Matteo Salvini, dopo la norma salva Roma, città amministrata dai 5 stelle, lo aveva detto: “Aiutiamo anche Catania e Alessandria”. Lunedì in Parlamento andrà quindi un emendamento, concordato con Palazzo Chigi, per salvare Catania travolta dal dissesto e da una montagna di debiti pari a 1,6 miliardi di euro.  Al Comune etneo, amministrato da Salvo Pogliese, che ha appena lasciato Forza Italia per andare verso il centrodestra di Salvini, e che vede in giunta un assessore della Lega, Fabio Cantarella,  verrà concesso con contributo da 20 milioni nel 2019 e da 35 milioni di euro all’anno fino al 2033, per pagare le rate dei mutui con la Cassa depositi e prestiti. In totale 500 milioni di euro che poi, dopo il 2033, Catania dovrebbe in qualche modo restituire allo Stato. Il Movimento 5 stelle ha annunciato che voterà l’emendamento, nonostante qualche malumore e tensioni interne, con il senatore Mario Garrusso che ha attaccato Pogliese e la sua amministrazione. L’emendamento andrà nella legge di conversione del decreto sulla crescita. Legge sulla quale verrà posta la fiducia. Insomma, l’emendamento sembra blindato, ma se per caso dovesse saltare cosa accadrebbe a Catania?

Il sindaco Salvo Pogliese non usa giri di parole: “Ci sarebbe una rivolta sociale e si rischierebbero disordini in strada – dice – a fine giugno dovrei fermare gli autobus, perché non potremmo garantire trasferimenti all’Amt. Inoltre, a causa di una gravissima crisi di liquidità, con appena 4 milioni di euro in cassa a fronte di spese mensili per oltre 20 milioni di euro, non potrei pagare gli stipendi dei dipendenti diretti e di quelli legati a controllate. In tutto oltre 8 mila famiglie non avrebbero più reddito. Per non parlare dei fornitori: saremmo costretti a interrompere i pagamenti alle coop sociali e non potremmo più garantire l’assistenza ad anziani e disabili. A luglio dovrei spegnere la luce pubblica, chiudere giardini e spazi pubblici per mancanza di manutenzione. Insomma, una situazione disastrosa e con il rischio concreto di disordini sociali. Uno scenario al quale non voglio nemmeno pensare, ho avuto rassicurazioni a Roma sull’emendamento. E voglio precisare e ribadire che non si tratta di un contributo a fondo perduto: Catania restituirà quello che ha ricevuto”.

Al momento Catania deve fa fronte a mutui, accesi prima del 2006 e in parte da amministrazioni di centrodestra e in parte di centrosinistra, per un totale di 366 milioni per quota capitale e altri 273 milioni per interessi da qui al 2042.  Catania ha poi debiti fuori bilancio per 75 milioni di euro, passività per 95 milioni, contenziosi per 87 milioni, debiti con le partecipate per 46 milioni, cartelle esattoriali per 25 milioni, anticipazioni varie per quasi 400 milioni. Insomma, un buco da 1,6 miliardi di euro che nessuna delle amministrazioni che si sono succedute, da quelle del centrodestra di Scapagnini e Stancanelli a quelle ultime di Bianco, è riuscito a ripianare veramente. Nel 2008 Catania, amministrazione Scapagnini, era già quasi fallita: con luci spente su via Etnea, rifiuti in strada, stipendi non pagati. Ma in soccorso venne allora il governo di Silvio Berlusconi, che aiutò con 140 milioni di euro il sindaco che era anche suo medico personale. Adesso occorrono molti più soldi.

La procura, su esposto di Pogliese, ha avviato una indagine sulla montagna di debiti accumulata da Palazzo degli Elefanti e ha inviato la Guardia di finanza in Comune. Ma di fronte a una situazione debitoria che va avanti da decenni una domanda rimane senza risposta: ma revisori dei conti, Corte dei conti, procura, dove erano prima di arrivare a questo punto?  Come è stato possibile approvare bilanci facendo ricorso a continui mutui e debiti, fino alla cifra monstre di 1,6 miliardi di euro e quindi arrivare al dissesto?

 

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