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Fantascienza o forse no

I giorni trascorrevano lenti ed interminabili. Era come stare in un campo di sterminio ai tempi dei nazisti, ma questa volta vi erano dentro le piante, gli animali, le rocce, i monti, la popolazione, tutto il pianeta: una misera fortezza assediata da un nemico ben più forte. Un tempo quel nemico sembrava solo astratto, si sottovalutava, lo si alimentava; finché non giunsero le prime conseguenze ed anche lì nessuno parve notarle veramente. Adesso invece la situazione era irreversibile. Milioni e milioni di persone avevano perso la loro vita in seguito a tsunami, terremoti e siccità e, secondo i più recenti dati demografici, la popolazione contava ormai poco più di un milione di superstiti. lo a quei tempi ero in una delegazione di astronauti e ambasciatori politici, incaricati di trovare una soluzione per poter salvare coloro che si trascinavano nella lotta contro gli effetti del riscaldamento globale.7p

Era marzo o forse aprile, ricordo una giornata straordinariamente secca. Mentre attraversavo il vialetto per dirigermi all’automobile soffrivo per il caldo e, portando gli occhi al cielo plumbeo, il mio pensiero era rivolto alle limpide giornate di cui mio nonno mi parlava sempre e che per lui ormai erano solo vecchi ricordi di infanzia. Giunto alla macchina, schioccai le dita per far aprire la portiera e scandii un “Vai” per farla partire. La destinazione era già impostata: era un’enorme sala conferenze nel centro di Washington dove ci saremmo riuniti per prendere la decisione finale. In mezz’ora raggiunsi il luogo, era straordinariamente affollato. Mi avviai in direzione dell’ingresso principale, salutai cortesemente la ragazza alla scrivania che avevo già visto in occasione delle scorse riunioni e che mi faceva battere il cuore all’impazzata. Mi pare si chiamasse Helen ed io stravedevo per i suoi capelli biondi e lucenti che le cadevano sulle spalle con un’aria sbarazzina, ma sempre perfettamente pettinati. Aveva le labbra sottili ed il naso piccolo e lineare. Gli occhi azzurri sembravano due galassie di forma ellittica, nere pupille al centro di miliardi di stelle in cui mi perdevo sempre quando le rivolgevo la parola ed in cui immaginavo di potermi specchiare. Imboccai un lungo corridoio grigio e spoglio di qualsiasi ornamento, ai due lati del quale si aprivano innumerevoli porte ognuna accompagnata da una telecamera di riconoscimento. Raggiunsi la porta in fondo al corridoio. Spinsi un pulsante e dalla telecamera si generò un fascio di luce che si spostò lungo il mio corpo, poi la porta si aprì silenziosamente. Entrai nella sala e come al solito fui colto da un senso di entusiasmo dinanzi a quella grandezza. Il dibattito stava per iniziare, trovai un posto non troppo dietro e mi accomodai.

Prese la parola il Presidente degli Stati Uniti salutando i presenti e ringraziandoli di aver voluto prendere parte all’incontro. La discussione si dimostrò da subito molto vivace, ma ben presto ci si ritrovò in una situazione di stallo perché nessuno voleva prendersi la responsabilità di accennare ad una possibilità, finché un anziano signore non prese la parola: era molto magro e aveva il viso segnato dagli anni e da profonde rughe. Portava una barba lunga ed un grosso turbante sul capo. Parlò con voce forte e sicura e le sue parole lasciarono la sala in silenzio per un tempo che sembrò interminabile. Votare a favore o meno di quella proposta era un’amara decisione poiché avrebbe sconvolto la vita degli esseri umani, forse per sempre. L’uomo col turbante proponeva di abbandonare la Terra ed emigrare sulla Luna. Egli prosegui: «Bisognerà costruire tante astronavi da poterci far entrare tutta l’attuale popolazione terrestre». Era evidente che quella era un’idea a cui nessuno aveva pensato e che si materializzò come assurda nelle menti dei presenti. Qualcuno intervenne: «E chi dovrebbe farsi carico di tutte le spese, o dove troveremo i fondi necessari?», e da lì un brusio di approvazione. Il vecchio restò calmo e composto come se si aspettasse quella domanda, poi rispose: «Noi umani dovremmo capire che non c’è più tempo per pensare ai conflitti, ai confini politici, alle formalità, alla burocrazia; qui sono in gioco le vite delle persone. Se questa idea verrà approvata, per una volta non sarà solo qualcuno ad occuparsene, ma sarà tutta la popolazione, tutti forniranno materiali, beni e denaro secondo le proprie possibilità. Credo che sia arrivato il momento di guardare oltre il colore della pelle, oltre la lingua e la religione e pensare per una volta alla specie umana così come Dio l’ha creata!». Come in una reazione a catena, tutta la sala si alzò in piedi con urla di tripudio e, probabilmente, anche tutta la folla che si era ammassata fuori dall’edificio e che seguiva il dibattito in diretta approvò. Il vecchio non si scompose ma assunse un’aria soddisfatta. Dopo qualche minuto il presidente statunitense si alzò dalla sua sedia avviando la votazione: «Favorevoli?». Cinquecentosedici persone tirarono su il braccio ed io tra loro. «Astenuti?». Solo una persona tirò su il braccio. «Contrari?». Ventitré persone con fare superbo si alzarono in piedi dimostrando il loro dissenso. «Allora è deciso!» esclamò il Presidente. L’assemblea si chiuse solo due ore dopo.

La partenza delle astronavi fu fissata per l’anno successivo. Il sedici luglio del 2069, esattamente cento anni dopo la conquista del romantico e lucente satellite terrestre, l’umanità si preparava a compiere un passo ancora maggiore di quello di cui Neil Armstrong aveva parlato saltellando sul suolo lunare. L’anno non passò in fretta e fu pieno di sofferenze: le temperature si alzarono ulteriormente e numerose zone della terra furono sommerse; tuttavia i migliori tecnici a nostra disposizione avevano fatto un ottimo lavoro con la costruzione delle basi di lancio e delle stesse astronavi. Tutta la popolazione aveva contribuito con fiducia e con speranza e noi non volevamo deluderla. Il progetto prevedeva circa un centinaio di astronavi che sarebbero partite da vari punti, i pochi ad essere ancora in sicurezza dalle calamità, con una distanza di un’ora tra una partenza e l’altra. Io facevo parte dell’equipaggio di pilotaggio della prima astronave che sarebbe partita per prima. La mattina dell’imbarco mi diressi verso la base di lancio. Ai piedi dell’astronave, file interminabili di persone si accalcavano per entrare, io mi facevo strada tra loro cercando l’ingresso per l’equipaggio. I visi delle persone erano sconvolti e pallidi. Qualcuno piangeva, e anche io piangevo, dentro di me; ma non volevo darlo a vedere. Piangevo per quello che lasciavo e per la nube oscura contro cui mi dirigevo, senza poter sapere cosa vi si celasse dietro. Piangevo per le tombe dei miei genitori e per tutte le altre che sarebbero rimaste lì destinate a scomparire desolatamente. Piangevo per quei prati, per quei mari, per quei monti in cui era nata la vita, che noi avevamo oltraggiato rendendola una comune carabattola d’arredo.

Il responsabile della missione, Steven Johnson, tenne un discorso che doveva avere lo scopo di caricarci moralmente, ma in me suscitò solo un maggiore senso di angoscia. «Centinaia e centinaia di vite sono nelle nostre mani, siate concentrati e andiamo a salvare l’umanità». I membri dell’equipaggio risposero con un meccanico e poco convinto “Sì”, dopo di che entrammo nell’astronave ed ognuno si sistemò nella sua postazione. Circa due ore dopo, quando tutti i passeggeri previsti si furono imbarcati, partì il conto alla rovescia. Per tutta l’astronave riecheggiò una voce registrata che scandiva i numeri da dieci a zero, i motori si accesero e tutto tremò per un po’ finché l’astronave si stabilizzò. Eravamo partiti. Nella cabina di pilotaggio ognuno era intento a svolgere i propri compiti e i propri monitoraggi. Io avevo le mani fredde e leggermente tremanti. Eseguivo ogni azione con eccessiva attenzione, non volevo sbagliare niente. Si sarebbe detto che ero un astronauta, ma in realtà quella era la mia prima vera missione, che era tutt’altro che una simulazione o un esame orale sul sistema solare. Ero molto teso e la mia espressione suggeriva paura soprattutto in confronto ai volti sicuri e tranquilli di alcuni dei miei colleghi. Poteva essere passata circa un’ora quando mi decisi a sollevare lo sguardo per godermi il panorama: tutto intorno sembrava tranquillo e silenzioso, sembrava di essere in un mondo ovattato dove ogni cosa giace a mezz’aria apparentemente ferma. Mi soffermavo a guardare le stelle silenziose, dal luccichio ammaliante. Sembrava essere già passata un’eternità dal momento in cui mi ero seduto su quel sedile rosso in pelle eppure non doveva essere trascorsa che qualche ora. Dalla finestra anteriore, proprio dinanzi al capitano Johnson, non si vedeva altro che la Luna. Era bellissima, ma il suo candore era un fendente per gli occhi ormai abituati all’omogeneità del nero spaziale. Riuscivo a distinguere i crateri e sembrava quasi che la stessimo rincorrendo senza riuscire a prenderla.

Il giorno dopo atterrammo. Il viaggio era stato decisamente corto grazie alla potenza dei motori che avevano permesso di raggiungere la Luna in poco più di un giorno. Non appena toccammo il suolo, un fragoroso applauso si levò per tutta l’astronave, ce l’avevamo fatta! Subito iniziarono le manovre di sbarco: a tutti furono date delle tute spaziali, anche a noi membri dell’equipaggio che ci precipitammo sul suolo lunare privo di gravità. I bambini giocavano qua e là alla cavallina e facevano gare di “salto in lungo”. Io mi aggiravo smarrito nella folla cercando qualche viso familiare, ma in particolare ne cercavo uno: quello di Helen, la segretaria del grande edificio di Washington. Ad un tratto la vidi mentre usciva dall’ingresso B dell’astronave con aria sfinita. Si confondeva con la massa di tute spaziali bianche che si muovevano con fare smarrito verso qualche destinazione ignota. Riuscii a fatica a raggiungerla e la salutai con un «Ciao!», lei mi guardò e parve non riconoscermi per qualche frazione di secondo, poi rispose con finta enfasi «Che piacere vederti qui!». Seguendo il flusso di gente, raggiungemmo numerosi tendoni allestiti tempestivamente che avrebbero dovuto essere una sistemazione temporanea, lì l’ambiente era carico di ossigeno, così tutti togliemmo quella sorta di ampolla in cui eravamo intrappolati. Io ed Helen parlammo ancora per un po’, poi ci dovemmo separare. Salutandomi, si complimentò con me per aver portato a termine la missione e mi regalò un caldo e dolce bacio che mi lasciò imbambolato e con un lieve rossore in volto. Balbettai qualcosa di incomprensibile, ma lei si era già allontanata tra la folla. Grazie a un abile ausilio di robot portatili, nel giro di qualche giorno ognuno ebbe il suo alloggio bell’e pronto. Il lavoro era tanto anche perché ogni due o tre ore atterrava un’astronave. Nel giro di un mese gran parte della luna divenne urbanizzata. C’erano serre per le coltivazioni, ospedali, scuole e soprattutto tantissime casette basse dai tetti grigi e piatti.

Tutti fummo sottoposti a controlli medici e psicologici, tanti impazzivano o cadevano in depressione non sopportando il tragico cambiamento, ma col tempo la maggior parte di noi si adattò. La mia abitazione si trovava sul bordo di un cratere a due passi dal centro di ricerca astronomica in cui lavoravo. Vicino a me si era trasferita una famiglia italiana, dicevano di venire dal Sud e spesso mi invitavano a mangiare da loro, quelli furono decisamente i pasti più buoni che consumai in tutta la mia vita. Con il tempo ero riuscito a conquistare il cuore di Helen e ci eravamo fidanzati, ora vivevamo insieme nella mia casupola a bordo cratere. Eravamo una coppia felice e i pregi dell’uno compensavano i difetti dell’altro. Mi sentivo libero con Helen di dire tutto ciò che pensavo e sentivo che il nostro amore non si sarebbe mai sciolto. Una notte però in cui stranamente non riuscivo ad addormentarmi udii dei rumori provenienti dall’esterno. Sembrava una via di mezzo tra un profondo gracidio e un disinvolto grugnito, ed in quel momento si svegliò di soprassalto anche Helen, mi guardò e senza aggiungere una parola ci alzammo lentamente e raggiungemmo l’ingresso. Una volta fuori non trovammo niente oltre che un cumulo di una sostanza giallastra, poi Helen vide qualcosa che attirò la sua attenzione perché si mise a correre e mi invitò a seguirla. Corremmo per un po’ ed io le stavo dietro a stento, quando finalmente ci fermammo. «Ho visto un’ombra…», mi disse lei con espressione preoccupata. Sapevo per certo che la luna era priva di qualunque specie vivente così non le diedi troppa importanza e proposi di tornare a dormire. Mi avviai con passo pigro verso casa certo che lei mi seguisse. «Cosa credevi che fosse?» le chiesi. Non udendo alcuna risposta mi girai, Helen non c’era. Fui preso dal panico, tornai di corsa in dietro urlando il suo nome. Un rivolo di sudore mi bagnò la fronte, sudavo di paura. Dentro di me c’era un qualcosa di indefinibile che mi dava quasi la sicurezza che non l’avrei più ritrovata.

Il giorno seguente iniziarono le ricerche con l’impiego dei migliori robot, ma furono vane. Quello che appariva inizialmente come un brutto incubo era ora diventata un’inaccettabile realtà. Le ricerche continuarono per qualche settimana, ma di Helen nessuna traccia. Nei mesi successivi si verificarono altri presunti rapimenti. Essi avvenivano tutti in una zona disabitata del suolo lunare che era la stessa in cui ci eravamo addentrati io ed Helen quella notte. Un team di scienziati si offrì allora di analizzare la zona per scoprire qualche indizio che rivelasse la causa delle sparizioni. Gli unici materiali rinvenuti furono grandi quantità di una sostanza giallognola fluida, la stessa che avevo trovato quella fatidica notte. Riferii questa strana corrispondenza agli scienziati che nel frattempo avevano analizzato la sostanza. Sembrava sterco per la sua composizione di elementi di scarto, tra i quali però non vi erano resti organici che riportassero al cadavere di un umano, quindi chiunque fosse il responsabile dei rapimenti esso non aveva mangiato nessuna delle persone scomparse, l’unica cosa interessante furono grandi quantità di anidride carbonica. Gli scienziati ipotizzarono che si trattasse di una specie sconosciuta che probabilmente si era sviluppata a causa delle nuove condizione climatiche, restavano però alcuni vuoti nelle loro supposizioni: “Come avevano fatto le creature a raggiungere la Luna?”, “Perché facevano sparire gli esseri umani se non si nutrivano di loro?”, “Dove finivano i prigionieri?”. Furono informati tutti i capi di stato e i membri dell’assemblea che aveva deciso la fuga della popolazione dalla Terra. Bisognava trovare una soluzione e soprattutto avvistare le creature colpevoli di tanto scompiglio.

Numerosi “avventurieri” si cimentarono nella caccia all’ignoto che il più delle volte si concluse con la loro scomparsa, finché non fu definita una vera e propria battuta di caccia, circa un centinaio di volontari di tutte le etnie partirono alla volta dell’area contrassegnata; io, ovviamente, ero tra loro poiché volevo vederci chiaro una volta per tutte. Fummo divisi in gruppi, io ero insieme ad altre sei persone di età compresa tra i venti e i quarant’anni, uno di loro aveva come me perso la moglie ed era intenzionato a ritrovarla ad ogni costo. Stavamo esplorando un cratere quando captai un movimento fulmineo alle mie spalle, mi voltai: niente. Tutti ci mettemmo in allerta finché non lo vedemmo: era una creatura a dir poco orribile. Non si differenziava di tanto da un verme, solo molto più grosso, doveva essere lungo circa tre metri. Da ogni parte del corpo gli fuoriuscivano filamenti con delle ventose all’estremità che gli servivano per spostarsi, alcuni di essi si affusolavano e menavano fendenti all’aria pari in forza a dei colpi di spada di un valoroso guerriero. Indietreggiammo tutti. La strana creatura captò la nostra paura, sembrò rinvigorirsi e rinforzarsi perché con uno scatto si lanciò verso di noi, che eravamo pronti per una strenua difesa. Con un sorprendente lavoro di squadra lo accerchiammo, io lo sedai prontamente e quello si buttò a terra tramortito. Lo catturammo e lo portammo al centro di ricerca in cui lavoravo, lì conducemmo alcuni studi su di esso: era una specie di batterio che si nutriva di anidride carbonica, era di conseguenza anche una possibile soluzione alla distruzione della Terra. Il batterio diventava aggressivo solo quando qualcuno si avvicinava ai suoi piccoli o alla sua tana: attaccava servendosi delle lame poste alle estremità di alcuni dei filamenti che usava per spostarsi, esse potevano causare dei mutamenti di cui però ancora non si era capita la natura. Le ricerche continuarono, ma questa volta dirette soprattutto a scoprire un’eventuale tana. Le squadre smossero tutte le pietre presenti nella zona, finché non si scoprì un antro proprio sotto una grigia roccia. Quasi tutte le squadre di ricerca giunsero sul posto per dimostrarsi utili, alcuni di noi si inoltrarono nella roccia friabile che mandava per tutta la grotta l’eco di ogni passo. Dal condotto principale si snodavano numerosi altri cunicoli, era tutto straordinariamente preciso. Noi potevamo quasi stare in piedi. Alla fine giungemmo in una grotta ampia come una cattedrale. Presumibilmente l’unico architetto di tanta bellezza e grandezza era l’istinto di sopravvivenza, che aveva caratterizzato il batterio e che si era tanto impegnato per edificare una culla confortevole ai suoi piccoli, i quali in effetti erano lì ed erano poco più lunghi di una banana matura a cui somigliava anche il loro colore: un giallo acceso, quasi illuminato di luce propria. Esplorando la grotta, notammo un cumulo di creature in un angolo: sembravano quelli che fino a qualche tempo prima avrei definito alieni, ed erano intrappolati in una specie di ragnatela argentea. Le creature avevano il manto verdognolo ed erano completamente nude. Le pupille erano dilatate ed occupavano tutto l’occhio mentre il cervello era allungato. Vedere quelle creature provocò in me un senso di compassione mista a commozione, una strana sensazione di contentezza e di libertà mi pervadeva. Da quando Helen era scomparsa, non mi ero mai più sentito così. Avvenne l’incredibile: una delle creature sollevò a fatica lo sguardo e con uno sforzo ancora maggiore si issò, rendendosi conto dell’angustia in cui era stata imprigionata. Senza più riuscire a controllare le gambe mi avvicinai alla ragnatela. La creatura mi tese la mano con le dita aperte ed io ricambiai, le nostre mani si sfiorarono per poi chiudersi l’una nell’altra. Io sussurrai forse più nella mente che a voce «Helen…». Sulla palpebra le si disegnò la dolce sagoma di una lacrima.

Riuscimmo a liberare i prigionieri e a scappare dall’antro. Portammo anche loro al centro di ricerca così che gli scienziati potessero fare degli studi e degli accertamenti. Con il trascorrere dei giorni si ripresero e ricominciarono a parlare e a svolgere le loro abituali azioni. Il morso, tuttavia, secondo quello che avevano concluso gli scienziati, aveva comportato un ingrossamento del cervello, e di conseguenza un aumento delle capacità intellettive. Tutto ciò era sensazionale e nello stesso tempo spaventoso. Il mio rapporto con Helen era cambiato, mi sentivo a disagio, convivevo con una bestia e per di più con un quoziente intellettivo avanzato. Bastò qualche giorno per far sì che gli scienziati si accorgessero che la mutazione era contagiosa. Tutti ad uno ad uno, in una grande e generale paura, ci trasformammo in creature dalla “mentalità” avanzata, ci tramutammo in alieni. La disperazione e la rabbia si diffusero tra l’intera popolazione, prima la nostra casa, ora la nostra identità. Non volevamo soccombere dinanzi all’incredibile. Gli studi continuarono imperterriti, gli scienziati, leggermente più verdognoli e dalla testa più voluminosa, decisero di sfruttare il batterio catturato per portarlo sulla terra, far rinascere gli ecosistemi terrestri e assorbire un po’ di anidride carbonica.

Non c’era tempo da perdere, l’equipaggio fu costituito ed io vi rientrai con grande onore. Di lì a qualche giorno partimmo. Fummo salutati con grande entusiasmo da parte della popolazione, più che degli eroi ci sentivamo dei martiri: avevamo compreso solo a viaggio inoltrato che non si sapeva cosa si sarebbe trovato sulla Terra e che saremmo potuti morire anche solo mettendo un piede fuori dall’astronave. Eravamo timorosi e pregavamo Dio sperando nel suo aiuto. L’equipaggio era formato da venti astronauti, né neri, né bianchi, né gialli: il confine delle differenze di carnagione era stato abolito, eravamo tutti alieni. Il giorno successivo atterrammo sulla Terra. Indugiammo sull’astronave per tre ore, poi fui scelto io, io mi sarei sacrificato per l’umanità. Aprii il portellone e… Quello che mi fu dato di vedere scendendo la scaletta dell’astronave non era di certo quanto previsto nelle aspettative: intorno a me cresceva rigogliosa la vegetazione, il clima era mite ed il cielo limpido. Una luce chiara mi illuminava come nel più bello dei miei sogni… dei nostri sogni. I miei compagni mi seguirono incuriositi: la Terra era di nuovo abitabile.

Liberammo il batterio che scappò via dileguandosi nella vegetazione, udii in lontananza numerosi versi che erano un misto tra un profondo gracidio e un disinvolto grugnito, proprio come quello che avevo udito la notte della scomparsa di Helen: la Terra era stata popolata da questa nuova specie di batterio che involontariamente l’aveva salvata. Comunicammo con enfasi e fierezza la nostra scoperta e nel giro di un mese l’ultima astronave riportò l’ultimo uomo-alieno sulla Terra. I confini tra nazioni non esistevano più, le fabbriche non esistevano più, le stesse città erano sparite. La vita riprese tranquilla sulla Terra e… “nuova intelligenza, nuove invenzioni”. Uno scienziato inventò la macchina del tempo, era di metallo a forma di disco. Tutti fummo d’accordo nell’utilizzarla per ripristinare la Terra come l’avevano conosciuta i nostri nonni e i nostri genitori e come avevano diritto a conoscerla i nostri figli.

Joel De Pinto – Istituto Comprensivo “De Gasperi”, Putignano (BA)

Racconto secondo classificato al Premio A.A. Fantascienza Cercasi 2019 riservato agli studenti delle scuole medie di tutta Italia.

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