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I giovani e la Sicilia

Società

Pubblicato il 14 Marzo 2019
di Redazione

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Un segnale potrebbe essere l’apertura in Sicilia di alcune facoltà strategiche dell’Università Cattolica.

Piero Messina, in un articolo pubblicato sul numero dello scorso maggio di Limes, la rivista italiana di geopolitica, afferma con crudo realismo: «Per gli analisti la ripresa economica della Sicilia potrà avvenire soltanto a partire dal 2030».

Michele Guccione, dal canto suo, in un recente articolo pubblicato su La Sicilia dello scorso 8 febbraio, riportando i recenti dati dell’Istat, afferma: «I siciliani continuano in massa a cambiare residenza per motivi di lavoro. Infatti, nel 2018 l’isola ha perso ben 25.000 dei suoi “figli”. In quattro anni abbiamo perso 90.000 cittadini, in media 22.500 l’anno». A scuro coronamento di questo quadro demografico, va aggiunto che il saldo tra nati e deceduti, nella nostra Isola, è negativo per 10.600 unità.

In Sicilia, a quanto pare, non c’è spazio per i giovani; o, meglio, c’è spazio solo per la loro crescita fino alla fine delle scuole superiori: giusto il tempo di investire energie familiari, valoriali ed economiche nella loro formazione umana e scolastica di base, peraltro molto apprezzata e spesso prossima all’eccellenza. Poi andranno via, e qualcun altro – persona, luogo, istituzione, impresa, etc. – se li godrà, campando di rendita sulle risorse investite da noi a fondo perduto. Sì, torneranno per le vacanze, ma spesso per poco tempo e insofferenti per la differenza di situazione e stile di vita, che ritroveranno a casa e in cui non si ritroveranno più, ormai assuefatti a stili di vita e mentalità “forestiere”.

E l’università in Sicilia? È senz’altro presente, in alcuni casi, una qualità rilevante nella formazione e nella didattica, ma i contatti con imprese e opportunità professionali di alto livello non ci sono; ma la presenza dei baroni continua ad imperversare, gattopardescamente adeguatasi alle mutate situazioni legislative; ma gli sbocchi lavorativi e professionali non si vedono; ma c’è anche la moda di andare a studiare fuori della Sicilia. Alla fine, nella gran parte dei casi, resta a studiare in Sicilia chi non può permettersi di andare a studiare fuori; e il sistema di finanziamento pubblico delle università, dal canto suo, basato soltanto sul numero di iscritti, penalizza ulteriormente una situazione già precaria di suo.

Potrei continuare ad aggiungere ulteriori elementi a questo quadro depressivo, ma preferisco fermarmi qui. Cosa fare, dunque? Come bloccare – o quantomeno contrastare – questo drammatico trend?

Il cardinale Bassetti, nella sua prima prolusione al consiglio permanente della Cei, ha caldeggiato la presenza di un “pensiero lungo”, da attivare principalmente nell’ambito della riflessione su lavoro e Mezzogiorno, lavoro e famiglia, lavoro e giovani. Il “pensiero lungo” di cui parla il cardinale Bassetti necessita dell’esercizio – nella nostra Isola – della virtù della resilienza. La resilienza è molto più della semplice resistenza: la resilienza è la capacità di resistenza dei metalli alle violente sollecitazioni cui sono sottoposti.

La resilienza, a livello ecclesiale, sociale e politico, si esprime attraverso la speranza e la profezia. Se la ripresa della Sicilia inizierà nel 2030, è fondamentale uno sforzo educativo e formativo che permetta ai giovani, che in quell’anno finiranno l’università o si approcceranno al mondo del lavoro, di farsi trovare pronti. Ciò vuol dire curare al meglio la crescita dei ragazzi e degli adolescenti che oggi frequentano la scuola media e superiore, e che magari sono ancora inseriti nei percorsi di catechesi parrocchiale o nei gruppi ecclesiali; e questo nonostante le recenti parole, ostili ed insipienti, del ministro dell’istruzione, che lo scorso 9 febbraio ha lasciato intendere chiaramente che per lui Sud è una terra di lavativi e parassiti.

Occorrono adulti significativi, che esercitino la resilienza in questo periodo così pesante, facendosi carico dell’educazione, della formazione, dell’animazione sociale e di un ritrovato impegno politico, di profondo respiro valoriale e culturale, ma anche lungimirante e accorto.

E sul versante universitario? Un grande segnale di speranza e profezia sarebbe l’apertura di alcune facoltà strategiche dell’Università Cattolica in Sicilia. Non è giusto che moltissimi giovani siciliani siano costretti ad andare a Milano o a Roma per studiare alla Cattolica, sradicandosi dalla loro terra. Non è giusto che la Cattolica, a vocazione nazionale, si stia sviluppando soltanto in Lombardia – e in ogni caso vicino a Milano: la desertificazione generazionale e culturale del Sud non può essere alimentata proprio da una realtà “cattolica”, che dovrebbe assicurare presenza e respiro nazionale. Ma su questo tema preciso, sarà opportuno tornare in modo più disteso in seguito.

Tutto ciò richiede la resilienza di comunità che alimentano la speranza e la profezia; di fedeli che non abbiano paura di caricarsi di un impegno a livello sociale e politico; di un episcopato che – in modo compatto – crei le condizioni per l’implantazione dell’Università cattolica in Sicilia, senza far mancare attenzione alle istituzioni universitarie già presenti nella nostra Isola.

E se questa resilienza inducesse una inversione di tendenza? E se la Sicilia, da alcuni immaginata e progettata come la Florida dell’Europa, luogo di turismo e di amene residenze assistite per anziani, si riappropriasse del suo ruolo storico di centro del Mediterraneo, crocevia di popoli e ponte culturale tra Europa, Africa e Medio Oriente? E se…?

“A Muntagna brucia, eppuri a nivi è sempri ddà!”, canta Carlo Muratori: è questa la resilienza di cui siamo debitori alla nostra Terra, di cui siamo debitori verso i nostri giovani. Nella speranza e nella profezia.

Paolo La Terra

 

 

Tags: giovani, Sicilia, studio, resilienza


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Redazione “Insieme” esce col n° 0 l’8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la “casa di formazione” per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.


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