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Nuove vittorie contro l’ideologia gender

(Mauro Faverzani) Non passa settimana, senza che si debbano registrare novità sul fronte gender. Questa volta, provvidenzialmente, si tratta di buone nuove.

La Corte d’Appello inglese ha dichiarato, infatti, illegittima l’espulsione di Felix Ngole, uno studente del corso magistrale in Servizi Sociali dell’Università di Sheffield, cristiano, espulsione provocata due anni fa da un suo semplicissimo commento su Facebook, questo: «La Bibbia e Dio definiscono l’omosessualità come un peccato». Così ha scritto il giovane, che, ritenendo giustamente di aver patito un torto, ha portato l’intero Ateneo in tribunale e qui si è visto riconoscere il fatto di esser dalla parte della ragione, per cui i giudici hanno annullato non solo il provvedimento assunto contro di lui, ma anche la precedente sentenza del giudice aggiunto della Corte Suprema, Rowena Collins Rice, a lui sfavorevole, ritenendo indebitamente che le sue personali convinzioni lo squalificassero come assistente sociale.

Non è così. In un’intervista alla Bbc, Ngole ha definito «agghiacciante» il messaggio implicito nella sua vicenda: «Se sei un cristiano e se sostieni le tradizioni cristiane, devi stare attento a non esprimerle, poiché potresti perdere il lavoro», ha commentato.

Il fatto, ora, che la Corte d’Appello abbia riconosciuto le sue ragioni è, invece, «una grande notizia, non solo per me e per la mia famiglia, ma per tutti coloro che hanno a cuore la libertà di espressione, specialmente per coloro che operano o studiano nel campo professionale della solidarietà. Come cristiani, siamo chiamati a servire gli altri ed a prenderci cura di tutti, tuttavia, pubblicamente ed in privato, dobbiamo anche essere liberi di esprimere le nostre convinzioni e ciò che dice la Bibbia senza paura di perdere i mezzi necessari per la nostra sussistenza».

Ciò nonostante, le minacce non sono ancora finite: il comitato universitario è deciso a tornare in Corte d’Appello, per chiedere se Ngole sia adatto o meno a svolgere lavori in campo sociale. Incredibile! Intanto, comunque, un’importante battaglia è stata vinta.

Un’ulteriore prova, in ogni caso, di come l’opinione pubblica non ne possa più della propaganda Lgbt a senso unico, diffusa soprattutto tramite i media, è giunto dalla Repubblica Dominicana, dove diverse migliaia di famiglie e gente di ogni età, dai bambini agli anziani, sono scese in piazza contro l’imposizione dell’ideologia gender. Due le manifestazioni, promosse dal gruppo «Giù le mani dai miei figli» lo scorso 4 luglio, una a Santo Domingo ed una a Santiago, per esprimere un netto dissenso verso la nuova legge, la n.

33/2019 approvata lo scorso 22 maggio, che cerca di imporre a tutti «come priorità» politiche basate sull’ideologia gender «ai differenti livelli, sistemi e sottosistemi dell’educazione pre-universitaria, nei suoi piani, programmi, progetti, strategie pedagogiche ed attività amministrative». Un lavoro sistematico, organizzato, strutturato e metodico, insomma, per instillare nei giovanissimi l’Lgbt-pensiero, sfruttando la Scuola come grimaldello per le coscienze.

Il ministero della Donna ha inoltre aggiunto alla norma anche un periodo di 60 giorni per presentare tale metodologia ed il cronoprogramma relativo in tutte le aule.

Un progetto su larga, larghissima scala, contro cui l’organizzazione «Giù le mani dai miei figli» ha voluto mettere in guardia anche con questa iniziativa, volutamente organizzata tre giorni prima del Gay Pride nazionale.

Peraltro, la legge n. 33/2019 è in aperto contrasto e viola un’altra legge della Repubblica, la n.

66/1997, soprattutto agli articoli nn. 78 e 87.

Il corteo ha esposto striscioni con le scritte «No all’ideologia di genere», «Lascia che i bambini siano bambini» e «Maschio e femmina li creò», intonando canti religiosi, essendo molti i cattolici presenti all’evento, al termine del quale, davanti al ministero della Pubblica Istruzione, è stato letto un manifesto, in cui si è denunciato come la nuova normativa sia frutto di un presunto accordo tra governo e Nazioni Unite e venga portato avanti dal ministero della Donna e dal Conavihsida-Consiglio nazionale per l’Hiv e l’Aids: «L’ideologia di genere fa male allo sviluppo dei nostri figli», hanno urlato i tanti manifestanti, pronti a chiedere giustizia e, soprattutto, a pretendere di essere liberi di educare i propri figli secondo i valori di famiglia. Dalla parte dei genitori e dei loro ragazzi, si è schierata pubblicamente già lo scorso 28 maggio, la Conferenza episcopale dominicana, che ha emesso un comunicato, in cui ha dichiarato, tra l’altro: «La politica di genere maschera, in realtà, l’ideologia gender, che sradica la natura umana, ignora la biologia ed evidenze scientifiche inconfutabili».

Da qui, la conclusione: l’iniziativa unilateralmente assunta dal ministero della Pubblica Istruzione «non ha i sostegni necessari per la sua applicazione». Le pressioni della Chiesa ufficiale e della piazza hanno già indotto il capo di gabinetto ministeriale, Henry Santos, a difender la legge varata, ma anche a precisare che l’ideologia gender «mai» entrerà nei curriculum scolastici e nei piani d’istruzione in quanto «estranea» ai costumi del Paese, «nemica della famiglia e tale da favorire in nulla l’educazione dominicana».

Insomma, per ora una vittoria parziale, ma già segno comunque di quanto il fermo rifiuto popolare abbia indotto le autorità a frenare ed anche a fare una parziale retromarcia in merito. Il che è già molto ed indice della necessità di insistere, di non abbassare la guardia, di tornare nelle strade.

Non solo nella Repubblica Dominicana. Ma in tutto il mondo.

(Mauro Faverzani)

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