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Pedofilia e satanismo. Vi ricorda nulla? Quando si “sgonfiò” il caso Rignano Flaminio

XVI legislatura, anno 2010, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (siamo al governo “Berlusconi IV”) Carlo Giovanardi risponde a un’interrogazione scritta presentata in Senato, con cui si lamenta che certe sue dichiarazione critiche nei confronti dell’inchiesta giudiziaria sui presunti abusi su fanciulli in una materna di Rignano Flaminio interferirebbero con il regolare svolgimento del processo penale. Riportiamo, con grassetti nostri, ampi stralci della sua risposta, molto interessanti per le forti assonanze con la vicenda dei “diavoli della bassa modenese” [in particolare i passi segnati con un ()] e, più alla lontana, anche con le dinamiche dei fatti di Bibbiano. Fonte: www.senato.it

fonte: Linkiesta

Gli interroganti si soffermano sulle affermazioni critiche del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Giovanardi riguardanti la decisione con cui il giudice per l’udienza preliminare di Tivoli ha disposto il giudizio di cinque indagati di presunti abusi su bambini presso l’asilo “Olga Rovere” di Rignano Flaminio. Affermazioni che, secondo gli stessi interroganti, interferiscono con il regolare svolgimento del processo, tendono a delegittimare la magistratura e la giustizia e sono state pronunciate senza conoscere i fatti e senza che egli ne avesse la competenza istituzionale e costituzionale. Al riguardo si rappresenta quanto segue.

Il Sottosegretario ha rilasciato le dichiarazioni oggetto dell’interrogazione nella certezza che l’allungamento dei tempi giudiziari non solo non gioverà, ma complicherà l’accertamento dei fatti, la cui verità processuale è stata già documentata dalle sentenze dei collegi giudicanti del Tribunale di Roma e della Corte di cassazione. Sentenze che hanno vagliato l’impianto accusatorio già nella fase delle indagini preliminari, riconoscendolo infondato, contraddittorio, formatosi in modo irrituale, quando non scorretto. In mancanza di nuove fonti di prova, pertanto, le successive fasi processuali non potranno che causare nuove sofferenze e altri guasti alle presunte vittime, ai presunti responsabili, a un’istituzione scolastica e a un’intera comunità cittadina.

Tuttavia, si concorda con gli interroganti che la vicenda sia assai delicata e complicata. Essa riguarda, infatti, un’ipotesi di pedofilia di gruppo in ambito scolastico con pochi precedenti per gravità e dimensione. Interessa, altresì, l’affermazione di valori e la tutela di interessi che sono vitali per il presente e il futuro del Paese, per il suo ordine e per il suo progresso morale. Al primo posto gli interessi dell’infanzia, intorno alla quale bisogna costruire una barriera impenetrabile per mettere sempre più al sicuro la vita e l’innocenza del fanciullo. La costruzione della sua identità umana, il rispetto della sua dignità e dei suoi diritti rappresentano, infatti, i cardini di un’indispensabile restaurazione morale della società.

Occorre considerare, però, che la rettitudine e l’onestà nelle vicendevoli relazioni sociali sono anche strettamente legate alla difesa della famiglia all’efficiente lavoro formativo ed educativo della scuola, ad una pratica costantemente fedele della giustizia.

L’assunto su cui si è avviato il caso giudiziario è che d’improvviso, senza alcun segnale premonitore, in una primaria scuola materna pubblica siano stati inoculati virus della violenza e della degenerazione. Quattro persone interne e due esterne all’asilo, insospettabili professionisti e lavoratori rignanesi, avrebbero trasformato l’Olga Rovere in luogo di estrema perversione e crudeltà, d’inusitata sofferenza per un numero impressionante di bambini di tre, quattro e cinque anni, sottoposti ad una serie sconvolgente di atti scellerati e raccapriccianti.

Dal 2006, anno della divulgazione delle prime notizie, a oggi, i Governi Prodi e Berlusconi hanno riservato particolare attenzione allo sviluppo di tutta la vicenda e alle risultanze del procedimento penale al fine di assumere provvedimenti appropriati e predisporre politiche più efficaci nell’interesse dell’infanzia, della famiglia, della comunità locale rignanese e dell’informazione.

Questo atto di sindacato ispettivo offre l’occasione per un’analisi e una riflessione sull’intera vicenda e una preziosa opportunità di un leale e costruttivo confronto parlamentare attraverso cui pervenire a scelte condivise e dare una risposta alta e nobile a quanti hanno lamentato, a riguardo, l’assenza o l’insufficienza della presenza dello Stato e della politica.

La storia dell’Olga Rovere è iniziata alle 8 di mattina del 12 ottobre 2006, quando i genitori hanno trovato i Carabinieri dei reparti territoriali e il RIS di Roma che, con un dispiegamento notevole di uomini, mezzi e tecnologie, erano intenti a perquisire capillarmente la scuola materna dove stavano conducendo i propri figli. Il giorno successivo apprendono dalla stampa locale i nomi dei sospettati, tra cui quattro operatori scolastici, che hanno subito analoghe perquisizioni perché sospettati dei presunti abusi su minori consumati in quell’ambito scolastico.

Da quel momento, sull’Olga Rovere, scuola materna d’eccellenza del Lazio, unanimemente apprezzata e rispettata da generazioni di cittadini, è stato impresso il marchio infamante di scuola degli orrori.

I gravi sospetti cambiano drasticamente anche la fisionomia di Rignano Flaminio, paese tranquillo, mai segnalatosi per fatti negativi, sempre unito, anche nella scelta di un’amministrazione civica del Comune. Nei mesi successivi la comunità rignanese si divide sul diverso apprezzamento dei fatti. Divisione che si rende evidente con iniziative pubbliche sempre più divergenti che producono una profonda lacerazione della comunità.

Preoccupati dalle notizie che girano senza controllo sulla dimensione ed estensione del presunto abuso, numerosi genitori che hanno i figli che frequentano l’asilo, si riuniscono privatamente e in pubbliche assemblee, fino a sentire l’esigenza di farsi rappresentare da un’associazione costituita per tutelare meglio i loro bambini. Nasce, così, l’AGERIF – Associazione genitori Rignano Flaminio — il cui scopo iniziale è indicato nella volontà d’indurre le autorità scolastiche, definite inerti, ad allontanare il personale implicato ed eliminare l’assurdità che continui ad occuparsi dei loro figli mentre erano in corso le verifiche per accertare se fossero rimasti vittima proprio dei loro abusi. In poco tempo, l’associazione aumenta numericamente. Da luogo di sfogo, diventa sede dell’azione comune di decine di madri e padri ai bambini. Fornisce assistenza legale gratuita ai genitori che non possono permettersela, predispone un dossier sul loro caso, invia più di 120 e-mail alle autorità locali e nazionali, scolastiche, di governo e parlamentari per sollecitarli ad intervenire in maniera più risolutiva sulle questioni poste. Le sue iniziative si accrescono continuamente. L’AGERIF organizza assemblee, manifestazioni e marce antipedofili a Rignano e a Roma, alle quali partecipano di persona o danno la loro adesione personaggi pubblici, amministratori e uomini politici. In seno alla stessa aumenta il clima negativo, si sviluppa un sentimento di vera avversione alla scuola, di cui ormai vengono continuamente criticati dirigenti e insegnanti. Le sue ragioni sono veicolate attraverso siti Internet che si trasformano ben presto non solo in strumenti di aggiornamento della situazione specifica, ma anche in luogo di studio, d’esposizione di tesi e di divulgazione delle conoscenze in materia di pedofilia.

Nei mesi seguenti alle operazioni di Polizia giudiziaria di ottobre, in assenza di palesi iniziative investigative e giudiziarie, le famiglie manifestano un senso d’abbandono che spinge l’Associazione ad aumentare le iniziative comunicative e divulgative, i cui contenuti accusatori fanno salire la divisione e la tensione con la scuola. Iniziano ad apparire scritte offensive e minacciose nei confronti dei presunti responsabili e dei dirigenti dell’Istituto. La preside dell’Olga Rovere lamenta pubblicamente di essere stata affrontata per strada da una folla incattivita che, uscendo da una delle riunioni dell’AGERIF, le si rivolge con un’aggressività verbale che ha spaventato e fatto piangere suoi bambini che teneva per mano.

I rappresentanti politici e di governo, continuamente pressati e incalzati dall’Associazione, si sentono in dovere di rendere pubbliche le loro posizioni e i provvedimenti assunti.

Il sindaco di Rignano rende noto di aver interessato, lo stesso giorno in cui è avvenuta la perquisizione della scuola, la Procura di Tivoli al fine di poter disporre degli elementi di valutazione atti ad assumere i provvedimenti di competenza del Comune e di aver chiesto aiuto al Governo e alla Regione.

Viene aperto a Rignano Flaminio il Centro di consulenza della Regione Lazio che mette a disposizione attività clinica di sostegno psicologico effettuata da esperti professionisti attraverso un “ascolto neutrale” e “counseling psicologico” per il sostegno dei disagi presentati.

Il Ministro della pubblica istruzione affida a un comunicato stampa la precisazione che già in data 20 novembre 2006 ha disposto un’ispezione presso l’istituto Olga Rovere, che i risultati della stessa sono stati doverosamente comunicati direttamente all’autorità giudiziaria e che, su sua richiesta, la direttrice della scuola è stata ricevuta e ascoltata dal capo della sua segreteria.

Dal canto suo la direttrice riferisce alla stampa di aver relazionato ampiamente sul caso, di aver fatto presente l’emorragia d’iscritti che si stava registrando alla materna, di aver assunto la totale difesa delle maestre, di aver sostenuto l’assoluta infondatezza delle accuse, di cui erano pienamente convinti, senza eccezioni, tutti gli insegnanti dell’istituto.

Il 27 febbraio, un manifesto firmato da tutte le insegnanti della scuola d’infanzia, affisso in ogni angolo di Rignano e dell’istituto, chiede di “mettere fine al loro linciaggio infame”.

Il 24 aprile 2007, in esecuzione dell’ordinanza del GIP di Tivoli che dispone la misura della custodia cautelare in carcere, i carabinieri arrestano tre insegnanti e una collaboratrice di scuola materna, un autore e regista di programmi televisivi e un lavoratore immigrato. I giornali dei giorni seguenti riassumono così le accuse mosse nei loro confronti: durante l’orario scolastico, i bambini, fatti uscire in piccoli gruppi dal retro della scuola Olga Rovere, percorrono a piedi un breve tratto di strada, vengono caricati su auto, introdotti in alcune case e quindi abusati e fatti abusare da chi li attende. A volte le violenze si consumano all’interno della scuola, in locali vicini alle altre aule dove si tengono regolari lezioni. Nei bagni, nel cortile, in uno sgabuzzino che si apre in fondo ad uno dei corridoi su cui affacciano le aule. Gli abusi vengono descritti con precisione. Ciascuno ha un nome: “il gioco della patatina”; “del dito a punta”; “della penna azzurra”. Oltre che per il loro perverso appagamento, il sistema serve ai responsabili per realizzare ingenti guadagni con la produzione e la diffusione sui circuiti commerciali criminali internazionali del materiale pedo-pornografico ricavato durante gli incontri.

Poiché la sintesi giornalistica non rende l’idea delle mostruosità descritte nei capi d’imputazione, affinché il Parlamento possa farsi un’idea quanto più fedele possibile alla sostanza dell’atto giudiziario in questione, si ritiene opportuno estrapolarne i passaggi più inquietanti.

Dall’ordinanza si rileva che il pubblico ministero di Tivoli sostiene che, nel corso dell’anno scolastico 2005, le persone incriminate si sono riunite in associazione per attuare un programma delittuoso finalizzato al compimento di atti osceni in luogo pubblico, maltrattamenti e sottrazione di minore, sequestro di persona, violenza sessuale.

Reati perfezionati con l’abuso dell’autorità derivante dal rapporto di custodia dei minori loro affidati per ragioni di istruzione presso la scuola materna.

I minori sarebbero stati sottratti alle regolari attività educative e, durante l’orario scolastico, sottoposti sempre in gruppo ad atti di sevizie e crudeltà nel bagno o in un’aula o in un punto riparato del giardino della scuola materna, in abitazioni private, o in altri luoghi non identificati.

Secondo l’accusa, gli indagati, anche con l’uso della violenza e di minacce, avrebbero indotto i piccoli sia di sesso maschile che femminile a praticare su loro stessi reciproci atti di esplicita natura sessuale, fare uso lesivo di strumenti […] in reciproco danno.

Gli indagati sono stati, ancora, accusati d’aver anche tenuto legati a catene i bambini e, con carattere di abitudinarietà e senza motivo, averli sottoposti a percosse e ad altri atti di violenza sessuale di gruppo.

Per raggiungere i loro scopi, avrebbero anche usato siringhe, effettuato prelievi di sangue sui bambini o gli avrebbero inoculato sostanze varie quali camomilla, narcotici, stupefacenti e/o altro gravemente lesivo della salute delle persone.

Avrebbero terrorizzato le loro vittime con l’uso di cappucci, vestiti da diavolo o coniglio nero o altro ancora, mostrandosi ai medesimi completamente o parzialmente nudi. Li avrebbero costretti a ripugnanti atti di coprofagia e coprofilia, avrebbero compiuto riti esoterici e satanici. Le maestre si tagliavano ripetutamente varie parti del corpo, raccogliendo il sangue versato in bicchieri dai quali bevevano il loro stesso sangue, costringendo anche i bambini a bere il sangue, oltre ad altri liquidi non meglio precisati i quali, però, non piacevano ai bambini medesimi.

[…] I disobbedienti, oltre ad essere picchiati fino a farli vomitare, venivano anche sottoposti a sanzioni orrende: messi in secchioni della spazzatura, in acqua fredda e sporca, al freddo ed altro ancora. Facevano anche fare loro bagni in vasche e piscine nelle case delle maestre, dove nuotavano nudi accanto ad adulti anch’essi nudi. Venivano costretti ad atti di adorazione del diavolo, mentre venivano usate croci infuocate e animali gettati nel fuoco. Le scene venivano fotografate e riprese con telecamere i cui servizi sarebbero stati immessi nei circuito del commercio di materiale pedo-pornografico.

Nell’ordinanza di cattura, i responsabili di siffatte scelleratezze sono indicati in quattro soggetti interni e due esterni alla scuola. I primi prestano servizio alla Olga Rovere da decine di anni e vi hanno cresciuto, oltre a quelli degli altri, anche i propri figli e nipoti. Hanno rappresentato per ogni genitore un punto di riferimento, un’amica cui rivolgersi per consiglio, o necessità. Degli altri due, uno è marito di una delle maestre arrestate ed è regista televisivo per programmi per ragazzi, l’altro è un giovane immigrato cingalese addetto ad un distributore di carburanti del paese. Nessuno ha mai avuto a che fare con la giustizia, non ha mai destato sospetti di sorta. Tutti riscuotono, anzi, la massima considerazione e stima come lavoratori e come cittadini.

Corollario di uno scenario così inquietante e tanto allarmante, gli arresti hanno destato l’immediato interesse di tutti i mezzi d’informazione. Come accade per gli eventi straordinari, le più importanti televisioni hanno installato a Rignano Flaminio proprie stazioni mobili per l’aggiornamento in tempo reale dell’opinione pubblica, non solo nazionale. Da quel momento la stampa e la televisione s’impossessano di Rignano Flaminio.

In pochi giorni, i migliori esperti di settore e di giornalismo investigativo battono palmo a palmo ogni angolo del paese e ascoltano numerosissime persone, raccogliendo ogni tipo di notizia.

Sui mass media viene dipanata tutta la storia. Si apprende che la prima denuncia ai Carabinieri è del 9 luglio 2006 e che ne seguono altre fino ad agosto. Dopo l’invio di un’informativa al pubblico ministero di Tivoli, i carabinieri iniziano indagini riservate con appostamenti, pedinamenti e intercettazioni. Ispezionano l’asilo e le abitazioni dei sospettati, perché la consulente tecnica aveva necessità di vedere i luoghi rispetto alle narrazioni dei minori.

Il 1° settembre la Olga Rovere riapre con una nuova preside completamente ignara dei sospetti e delle indagini che si stanno avviando.

Dopo le perquisizioni del 12 ottobre, aumenta a dismisura il numero delle denunce per abusi grazie agli esiti, ritenuti positivi, delle verifiche della salute psicofisica a cui i bambini sono stati sottoposti privatamente o tramite i consultori regionali.

Sugli organi d’informazione vengono messe a confronto le versioni offerte dai presunti responsabili e dai rappresentanti dell’AGERIF.

I diretti interessati, i loro familiari, tutto il personale della scuola, che conosce approfonditamente persone e ambiente, e la stragrande maggioranza della popolazione ritengono assurdi i fatti e destituite di fondamento le accuse.

L’associazione porta avanti ad oltranza la linea colpevolista, accentuando ogni forma di comunicazione anche attraverso siti Internet e blog dedicati. Non condividendone i contenuti e la definizione delle vittime come presunte e non certe, l’associazione arriva a chiedere il sequestro del libro su Rignano scritto da un giornalista de “Il Foglio”.

In ambito AGERIF si distinguono per attivismo due madri di bambini frequentatori dell’asilo. Rilasciano frequenti interviste e partecipano a trasmissioni televisive. Una dichiara di aver studiato su migliaia di file scaricati da Internet il fenomeno della pedofilia, l’abuso rituale, il ruolo delle donne e il satanismo. Ha riscontrato nel caso Rignano analogie con altri casi che ha approfondito. Dall’analisi dei processi Abba e Sorelli di Brescia, ha compreso gli errori da non commettere per evitare le archiviazioni o le assoluzioni.

Le due mamme attiviste non ritengono decaduti i motivi della loro adesione all’AGERIF neanche dopo aver appreso che i loro figli sono risultati immuni da abusi e averli comunque ritirati dalla scuola. Anzi, interpretano la loro partecipazione come un impegno sociale da estendere alla politica. Una entra nelle file dell’Italia dei Valori, e diviene responsabile delle politiche per l’infanzia e stalking, appoggia il candidato del partito alle elezioni europee e ne diventa candidata alle regionali del Lazio. L’altra aderisce alla Lega Italia, ne diventa coordinatrice regionale e appoggia la lista di Roberto Fiore alle regionali del Lazio.

Nei numerosi resoconti dei giornali, come negli approfondimenti dei talk show, vengono rovistate le vite di tutti i presunti colpevoli, ma sono messe sotto i riflettori anche le presunte vittime e i genitori che raccontano le loro storie. L’Autorità garante per la protezione dei dati personali assume specifici provvedimenti per contenere la sovraesposizione mediatica delle persone. L’Ufficio di Presidenza della Commissione parlamentare per l’infanzia esprime preoccupazione per i rischi cui sono sottoposti i minori coinvolti e si impegna a tutelarne la dignità.

A Rignano si costituisce un comitato di difesa degli indagati che organizza una fiaccolata di sostegno a Rebibbia cui partecipano oltre 200 persone. Invia una lettera alle autorità, dove evidenzia che le accuse sono state formulate senza che nessun lavoratore della scuola sia stato mai ascoltato dagli inquirenti per verificare se le condotte addebitate potevano in concreto essere compiute o se potevano passare inosservate. Rimarca la mancanza di ogni riscontro a quanto affermato sulla scuola e sulle persone arrestate e definisce deliranti le accuse che attribuiscono alle loro amiche e ai loro concittadini il disinvolto e noncurante passaggio dalla pedo-pornografia al satanismo.

Manifestazioni di segno contrario sono organizzate dagli animatori dell’AGERIF. Oltre a dare sostegno ai bambini e a sostenere la battaglia contro la pedofilia in generale, esse si propongono di confutare l’innocenza degli indagati e il fatto che “all’asilo Olga Rovere non è mai successo niente”, che ritengono essere il proclama delle manifestazioni pro indagati.

Una fiaccolata da fare a Rignano viene annunciata da Forza Nuova che dichiara di non fermarsi neanche di fronte ai divieti per motivi d’ordine pubblico di Prefetto e Questore di Roma.

Si registrano segnali preoccupanti anche in luoghi estranei alla vicenda, come il quartiere romano di Grottarossa, dove appaiono striscioni con la scritta «A morte i pedofili di Rignano».

Per fronteggiare il progressivo deterioramento della situazione, la politica fa i suoi sforzi, gli assessori ai servizi sociali della Regione e della Provincia organizzano un incontro con il sindaco di Rignano Flaminio, per tentare di ricomporne il tessuto sociale.

All’Olga Rovere si tenta di organizzare un incontro che vorrebbe maestre e genitori seduti insieme allo stesso tavolo. I padri e le madri delle presunte vittime non sono disponibili a partecipare neppure alla riunione preparatoria convocata dalla direttrice della scuola. Dichiarano di ritenere assurdo il convegno con il quale si vuole far passare la complessa e dolorosa vicenda giudiziaria come una semplice questione sociale.

Né le centinaia di articoli pubblicati che raccontano ogni aspetto della vicenda, né gli approfondimenti televisivi, dove si contrappongono colpevolisti e innocentisti, riescono a spiegare agli italiani se nella scuola sia realmente accaduto alcunché di quanto, invece, nell’ordinanza è raccontato con la sicurezza dell’uso dei verbi coniugati al tempo indicativo.

Nessun altro elemento di riscontro viene trovato, se non le paure e le ansie lasciate ai genitori di quei bambini che le prognosi degli accertamenti seriali, secondo il giudice, indicano portatori di sintomi compatibili con casi di abuso.

Nessun giornalista e nessun anchorman riesce a fornire alcuna chiave di lettura della vicenda umana degli arrestati. Non si spiega chi o cosa, d’improvviso per circa nove mesi, abbia trasformato in aguzzini spietati, in sordidi pervertiti, in crudeli violentatori alcune brave operatrici scolastiche, probe madri di famiglia e nonne, un professionista affermato e un ben voluto lavoratore che, emigrato per trovare maggiore dignità economica e sociale, si ritrova arrestato e marchiato da accuse infamanti. Nessuno specialista o ricercatore ha saputo indicare quali sostanze inoculate trasmettano un virus così contaminante o quali droghe siano in grado di destrutturate l’unità dell’essere umano e conferire esistenza propria a nascoste inclinazioni attratte dal male. Pulsioni rimaste sempre invisibili a familiari, colleghi datori di lavoro, concittadini. Tuttavia e soprattutto, durante i nove mesi di sofferenze tanto atroci, neppure gli stessi genitori hanno colto alcun segnale premonitore dell’improvvisa follia attribuita a persone che riscuotevano la loro fiducia, né, prima del luglio 2006, hanno individuato tracce fisiche o sintomi psicologici nei loro figli.

Neppure gli atti della Polizia giudiziaria, la richiesta del pubblico ministero o l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari riescono a fornire elementi credibili e neppure qualche elementare indizio di questa epidemia di sdoppiamento cumulativo della personalità.

L’impianto accusatorio è privo di riscontri investigativi, psicologici e fattuali. È basato su un ragionamento induttivo nato da suggestioni e non basato su fatti.

Non può non essere vero quanto denunciato dai genitori, perché sono molti che raccontano fatti convergenti che hanno appreso direttamente dai bambini.

Non può essere messa in dubbio la credibilità delle giovani vittime, perché il narrato non dovrebbe appartenere alla loro esperienza.

Non possono non essere attendibili gli esiti delle perizie psicologiche e delle visite mediche, perché fatte da professionisti abilitati.

Non possono non essere considerate compatibili con stati di abuso sessuale patito le sintomatologie e le anomalie fisiche diagnosticate.

Questa è la metodologia con cui almeno 21 bambini sono individuati come abusati e i loro racconti assunti come elemento di prova che autorizza l’arresto di sei incensurati.

Altre circostanze fondamentali dell’attività investigativa non sono prese in considerazione o non hanno alcun rilievo sia per l’ufficio del Ministero che per il giudice per le indagini preliminari.

Non il fatto che l’attività di pedinamento e di osservazione fatta dalla Polizia giudiziaria non abbia prodotto alcun elemento utile per le indagini, perché considerata inefficace a causa della scarsa disponibilità di uomini e mezzi.

Non che le indagini tecniche d’intercettazione e altro non hanno fornito un solo elemento di riscontro alle ipotesi investigative o ai racconti dei bambini. La dissimmetria tra il denunciato e il risultato investigativo è semplicemente liquidata con la possibilità che gli interessati potessero essere sull’avviso, data la difficoltà di mantenere la riservatezza delle indagini in un centro così piccolo.

Per gli inquirenti non hanno importanza neppure la mancata rilevazione di impronte digitali e l’assenza di tracce di DNA sui numerosissimi oggetti sequestrati o nei luoghi ritenuti di commessi delitti. A nulla rileva che non siano state trovate tracce di pedofilia nell’hardware dei computer e tra gli innumerevoli file sequestrati. Niente. Neppure come fotografie e/o come riprese televisive, o contatti di qualsiasi genere con i trafficanti e il mondo della pedo-pornografia in generale. Non è stata individuata nessuna scia finanziaria riconducibile agli illeciti proventi ipotizzati.

Tanto meno viene presa in considerazione l’incensuratezza degli indagati, che nel contesto assume, secondo il giudice, un dato meramente formale, vista la forte pericolosità che scaturisce dall’estrema violenza delle condotte loro addebitate.

Dello stesso avviso non sono, però, i collegi giudicanti del Tribunale della libertà di Roma e della Corte di cassazione che studiano e analizzano gli atti con una rapidità e una profondità straordinarie.

Il primo, immediatamente adito dalle difese, rimette in libertà tutti i detenuti, che così rimangono in carcere 15 giorni circa. Un calvario, come dichiarano gli interessati che, però, senza il senso di responsabilità, la competenza e l’equilibrio dei giudici del Tribunale di Roma chissà per quanto ancora si sarebbe protratto.

In tre settimane, la Corte di cassazione si pronuncia sul ricorso presentato dal pubblico ministero avverso la decisione di scarcerazione, rigettandolo e confermando la validità dei motivi in fatto e in diritto posti a base del provvedimento del Tribunale di Roma.

Non si può comprendere il caso Rignano Flaminio, le sue implicazioni e le sue ricadute, senza esaminare il contenuto dei suddetti atti giudiziari, senza conoscere le osservazioni in fatto e le argomentazioni giuridiche con cui i giudici di merito e di legittimità hanno, di fatto, smontato l’intero impianto accusatorio.

Innanzitutto essi hanno evidenziato come l’approccio alla vicenda dovesse essere serio e meditato e del tutto scevro da pregiudizi e preconcetti e senza suggestioni, perché a fronte dei fatti atroci addebitati dai bambini, vi è la libertà personale di sei persone accusate di quei fatti.

Con assoluto scrupolo, i giudici hanno ripercorso l’iter svolto dal giudice per le indagini preliminari e sottoposto a verifica il materiale indiziario con cui sono stati formulati i capi d’imputazione provvisori.

Rilevano che i gravi indizi di colpevolezza posti a base dei provvedimenti cautelari sono costituiti dalle dichiarazioni contenute nelle denunce presentate alla Polizia giudiziaria dai genitori che riferiscono quanto appreso dai loro bambini frequentanti il primo anno d’asilo della scuola Olga Rovere.

Dichiarazioni valutate intrinsecamente credibili e affidabili e riscontrate, secondo il giudice, dai controlli medici sui bambini ritenuti abusati, dall’esame tossicologico dei capelli di alcuni di loro e dal contenuto delle successive denunce presentate alla Polizia.

I collegi premettono che, secondo il codice, le dichiarazioni de relato per costituire indizi devono essere obiettivamente idonee a dimostrare un’alta probabilità di colpevolezza a carico del soggetto sottoposto alle indagini, ritenendo, invece, quelle utilizzate dall’accusa non riscontrate, né per qualità degli accusati, persone del tutto incensurate e pacificamente dedite al lavoro, né, soprattutto, per l’età dei bambini, quattro anni, né per le perplessità che le denunce pongono.

I giudici di merito e di legittimità sono concordi nel rilevare che le denunce dei genitori avvengono attraverso modalità temporali ed espositive, se non sospette, sicuramente particolari, producendo un contagio dichiarativo e una vittimizzazione secondaria, causata anche da una forte e tenace pressione esercitata con atteggiamenti prevaricatori dai genitori sul minore, che è risultato, così, indotto a compiacere il genitore e a dare risposte suggerite. Ciò emerge dalle riprese audio-video effettuate dai genitori di alcuni bambini ritenuti “abusati” dove si notano elementi di segno contrario rispetto alla genuinità del contenuto e da dove risulta che alla forte opera di induzione e di suggerimento delle risposte da parte dei genitori vi sia da parte dei piccoli manifestazioni anche di stanchezza e di ostilità alle insistenti pressioni ().

I genitori, in buona sostanza, hanno svolto un ruolo che non apparteneva loro, documentando le dichiarazioni dei loro figli, con gli indubbi riflessi per la genuinità della prova. Si sono riuniti numerose volte e confrontati, anche alla presenza dei bambini. Alcuni genitori hanno riferito ad altri il contenuto dei racconti del proprio figlio. Viene, ancora, notata una coincidenza delle denunce sia sul piano temporale, che sul piano contenutistico. Un primo blocco di denunce viene effettuato il 9 luglio 2006 e tutte le denunce si riferiscono a giochi erotico-sessuali avvenuti a scuola. Il secondo blocco di denunce avviene il 21 agosto 2006, dove concordemente viene introdotto il tema della “casa del maestre”. Il 7 settembre 2006 si continua nel racconto di quanto avveniva nelle case, si denuncia l’argomento comune del “sangue” ottenuto dai tagli sul corpo degli adulti e fatto bere ai bambini, il 28 novembre 2006 appare il […] oltre a variazioni individuali sui temi.

La consulenza tecnica espletata dalla psicologa incaricata dal pubblico ministero che il giudice che ha emesso le ordinanze di custodia cautelare apprezza come riscontri positivi viene criticata sotto diversi aspetti.

Il primo rilievo riguarda le modalità di individuazione della consulente e di conferimento dell’incarico, completamente delegato dal pubblico ministero ai Carabinieri, senza nessun contatto preliminare con l’esperto, contatto che sarebbe stato auspicabile ed opportuno per meglio valutare la situazione in riferimento ai requisiti professionali del consulente tecnico e alle modalità di esecuzione della consulenza che, data la delicatezza di quanto si andava delineando, avrebbe potuto suggerire la nomina di un collegio di consulenti per ottenere risultati maggiormente sicuri.

La diagnosi di “sindrome post-traumatica da abuso o molestia sessuale” è stata formulata dalla consulente sulla base di un quadro di “indicatori di abuso” estremamente carente rispetto all’invasività e ampiezza delle violenze denunciate. Quadro che è stato ottenuto senza osservare i dettami della cosiddetta “Carta di Noto” che costituisce lo strumento di riferimento costante per gli operatori giudiziari impegnati nel difficile compito d’accertare la verità in materia di abusi sessuali su minori. Essa stabilisce che “quando sia formulato un quesito o prospettata una questione relativa alla compatibilità tra quadro psicologico del minore e ipotesi di reato di violenza sessuale è necessario che l’esperto rappresenti, a chi gli conferisce l’incarico, che le attuali conoscenze in materia non consentono di individuare dei nessi di compatibilità o incompatibilità tra sintomi di disagio e supposti eventi traumatici. L’esperto, anche se non richiesto, non deve esprimere, sul punto della compatibilità, né pareri né alcuna conclusione“. I sintomi di disagio che il minore manifesta non possono essere considerati di per sé come indicatori specifici dell’abuso sessuale, potendo derivare da conflittualità familiare o da altre cause, mentre la loro assenza non esclude di per sé l’abuso.

La consulenza tecnica risulta avere contrastato il citato protocollo anche in relazione alla mancata effettuazione delle video o audio riprese dei colloqui effettuati dalla consulente con i minori (), malgrado la genesi delle propalazioni dei minori sia stata caratterizzata da diversi precedenti incontri tra i genitori e da videoriprese effettuate da questi ultimi, volte a “documentare” i racconti. Secondo i giudici, la condotta della consulente è in contrasto anche con le sentenze della suprema Corte di cassazione al riguardo, che suggeriscono il rispetto della Carta di Noto. La Cassazione, in particolare, spiega che l’obbligo della documentazione integrale delle dichiarazioni rese da un minore, vittima di abuso sessuale, rappresenta un’indubbia garanzia di genuinità della prova, è imposto dal codice fin dal 1996 e protegge il minore abusato. La stessa considera che il mancato rispetto di detta tecnica di documentazione rappresenti un vizio metodologico di assunzione che rende la prova dubitabile.

La consulenza viene ancora censurata riguardo all’ispezione o sopralluogo presso le abitazioni di tre indagate e presso la scuola “Olga Rovere”, conclusosi con la presenza del minore che esclamava: “ecco da qui ci facevano uscire da scuola”. Tale circostanza viene criticata perché esula dai giudizi di natura psicologica richiesti e perché ricercare elementi di riscontro al narrato dei bambini (addirittura con la presenza di uno dei bambini esaminato o da esaminare) rappresenta un elemento, sicuramente, in grado di influenzare il punto di vista dell’osservatore scientifico (). Anche questo comportamento secondo i giudici si è discostato dalla Carta di Noto laddove suggerisce che “la valutazione psicologica non può avere ad oggetto l’accertamento dei fatti per cui si procede, che spetta esclusivamente all’autorità giudiziaria. L’esperto deve esprimere giudizi di natura psicologica avuto anche riguardo alla peculiarità dell’età evolutiva”.

Per tutte le censure suddette i giudici hanno ritenuto che la consulenza non può costituire valido elemento che concorre alla formazione della provvista indiziaria.

L’ordinanza di arresto viene criticata anche per la mancata o insufficiente verifica delle dichiarazioni dei bambini riguardanti l’allontanamento dalla scuola. Infatti, se non viene negato che il lasso temporale consentito dall’orario scolastico 9-12,45 in teoria potesse essere sufficiente a radunare, lasciare l’edificio di nascosto da un’uscita secondaria, salire sulle autovetture, raggiungere le diverse abitazioni sempre senza essere visti da alcuno, compiere le descritte violenze e nefandezze, l’ordinanza non fornisce elementi di riscontro a questioni centrali. Appare inspiegabile che: nessuno abbia mai visto uscire i bambini e le maestre dall’uscita posteriore, nemmeno la cuoca che pure ha dichiarato agli atti di riuscire a scorgere il relativo spazio, che nessuno si sia mai accorto delle assenze di tanti bambini e delle maestre dalla scuola, che siano potuti avvenire nel bagni e nel giardino della scuola senza che nessuno se ne sia mai accorto, che una pluralità di genitori, nonni o parenti al momento del ritiro, alle 12,45 di ogni giorno non abbiano mai rilevato sui loro bambini tracce psicofisiche di pratiche tanto violente e neppure a casa abbiano mai constatato segni particolari riconducibili a tali efferatezze.

Riguardo ai riscontri di natura medica riportati nell’ordinanza di custodia cautelare, i giudici che hanno riesaminato i motivi delle misure ritengono meramente suggestivo il dato su cui poggia l’accusa: che ben 46 su 64 (oltre il 70 per cento) degli alunni frequentanti le classi delle tre maestre indagate sono risultati irritati nella parte genitale, percentuale altissima e non in linea con quella ben più modesta (5 per cento) che si sarebbe dovuta rilevare in bambini della stessa età. I giudici rilevano, infatti, che ben altri dovevano essere gli effetti delle penetrazioni con gli strumenti più disparati attribuite agli indagati. Esiti che non sono stati rilevati dalle perizie e di cui, né i genitori, né i pediatri che li hanno visitati nel corso del periodo oggetto d’indagine si sono mai accorti.

Altro elemento che accresce i dubbi sull’affidabilità dell’impianto accusatorio e sul significato da attribuire ai racconti dei bambini è rappresentato da una nuova denuncia presentata alla Polizia giudiziaria dai genitori di un bambino coinvolto nelle vicende dell’Olga Rovere. Questi, insieme ad altri genitori, hanno ritirato il figlio dalla scuola e lo hanno condotto nella ludoteca comunale dove il minore ha raccontato di avere subito analoghe sevizie da parte di maestre della ludoteca che aveva incontrato a casa di una maestra dell’Olga Rovere e da parte del fidanzato di una di dette maestre.

Le decisioni del Tribunale di Roma e della Corte di cassazione non hanno, tuttavia, segnato nessuna inversione di tendenza né facilitato un riavvicinamento tra le parti in causa. Le maestre si mostrano rasserenate e confidano in un graduale ritorno alla normalità, dichiarando che “La Corte di Cassazione ha finalmente rimosso il marchio d’infamia. Ora possiamo sperare che l’incubo iniziato un anno e mezzo fa stia per finire”.

I genitori dell’AGERIF, affermando che “noi non cerchiamo dei colpevoli, ma i colpevoli. Se le maestre dovessero essere innocenti, bene per loro. Basta che ci dicano chi ha abusato dei nostri figli”, dimostrano di non sentirsi per nulla sollevati dal fatto che processualmente i loro figli non sono stati riconosciuti vittime delle ignobili pratiche descritte negli atti giudiziari. Sono rimasti convinti della certezza dell’abuso sessuale e di responsabilità da ricercarsi in ambito scolastico, anche se gli stessi accertamenti che tanto li hanno messi in ansia dimostrassero l’integrità fisica dei loro bambini e che le cause dello stato di sofferenza psichica da loro lamentato non erano da ricondurre a maltrattamenti o, peggio, ad abusi scolastici.

Non è dato sapere perché, il 12 febbraio 2010, il Tribunale di Tivoli, nel disporre la celebrazione del processo dal 27 maggio 2010 , non abbia creduto necessario rifarsi alle inequivocabili argomentazioni in fatto e in diritto formulate nei precedenti giudizi e rifarsi a quei motivi per lasciare sedimentare una storia così controversa e sordida che continuerà a produrre effetti devastanti a tutte le parti in causa. Ai bambini, il cui stato di sofferenza non è stato riconosciuto dipendere da fattori ambientali dell’Olga Rovere, come dimostra la successiva reiterazione di analoghe denunce nei confronti della ludoteca comunale. La loro crescita sarà necessariamente influenzata dalla scansione dei tempi processuali. Quali parti lese rimarranno al centro di dispute giudiziarie così scabrose che ne potranno fortemente condizionare tutta la fase evolutiva della personalità.

Non certo meno traumatici si prospettano gli anni a venire per gli imputati, per i loro familiari, per l’istituzione Olga Rovere e per tutti i suoi lavoratori. Pensavano di essere fuori da un tunnel e, invece, ci si sono appena incamminati dentro.

In base a queste considerazioni il Sottosegretario ha ritenuto di dichiarare: “A Tivoli ancora un esempio di una giustizia malata, impermeabile alle ragioni del buon senso e alle stroncature della cassazione, di cui sono vittime bambini che non potranno che stare peggio in un processo infinito e imputati con accuse inverosimili sulle quali non è stato portato uno straccio di prova”.

Riguardo alla conoscenza dei fatti e alle competenze istituzionali affidate al sottosegretario Giovanardi, si fa presente che nel corso della sua vita politica egli ha avuto più volte l’occasione di occuparsi di casi di pedofilia e di constatare quante volte essi si siano dimostrati non veritieri, dopo annose vicende giudiziarie che hanno compromesso, quando non distrutto, l’esistenza di tanta, troppa, gente. In questi casi, i più danneggiati sono proprio i bambini, la cui vita ne risulta comunque stravolta.

Il Sottosegretario si è occupato del caso dell’asilo Olga Rovere fin dalle prime propalazioni giornalistiche. In occasione degli arresti di aprile 2007 egli si è permesso di consigliare pubblicamente l’esercizio della virtù cristiana della prudenza ai Ministri che definivano la situazione come un incubo che fa rabbrividire o che chiedevano scusa, promettendo l’immediato licenziamento delle dipendenti della scuola: questo non certo per assumere la difesa d’ufficio di gente accusata di infami bestialità a danno di inermi esseri rimasti vittime degli orchi come qualcuno crede o vuole far credere, definendolo in mille maniere, magari “Sottosegretario con delega agli indagati”. Assumere posizioni impopolari, specialmente in politica, ha un costo umano e, non solo, non indifferente, ma è doveroso farlo quando ne ricorrono i presupposti e quando sono in gioco valori fondamentali e l’interesse generale, oltre a quello di gente in difficoltà o indifesa. Sin dall’inizio, le situazioni descritte nel caso di Rignano Flaminio hanno richiamato errori giudiziari conclamati e gravi, che una maggiore applicazione e diligenza, unite al buonsenso e al rispetto dei protocolli in materia, avrebbero sicuramente potuto evitare e fare il bene di tutti.

Sull’indagine di Rignano Flaminio elementi di dubbio a causa dello scenario confuso e del contesto deteriorato dal tempo sono stati rilevati da parte del professor Ernesto Caffo, ordinario di Neuropsichiatra infantile presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, presidente della ESCAP (Società europea di psichiatria infantile e dell’adolescenza), fondatore e presidente di “Telefono Azzurro”. Egli ha affermato che il bambino non ha una memoria che si fissa. La sua mente può essere condizionata da parole, racconti, condivisioni di altri bambini ed adulti. La dimensione reale può essere confusa. In questo caso, c’è addirittura una comunità ed una sofferenza della comunità stessa.

Don Fortunato Di Noto, docente di Bioetica e sessuologia all’Università di Messina, presidente dell’associazione Meter, esperto incluso tra gli estensori della Carta di Noto, ha dichiarato: «L’inchiesta di Rignano Flaminio mi lascia senza parole per quanto è fatta male. Mette a serio rischio tutte le altre inchieste sulla pedofilia nonché il lavoro delle associazioni che si battono contro le violenze sui minori. Lavorando da anni con una ventina di procure non ho mai visto procedere in modo tanto disordinato, stravolgendo ogni minima regola a tutela dei bimbi e dei presunti colpevoli sui quali, mi par di capire, al di là del racconto dei minori non c’è il minimo riscontro. Sono amareggiato, letteralmente senza parole. Ripeto: non so se gli arrestati sono colpevoli ma una cosa è certa: nulla è stato fatto seguendo i ferrei dettami della carta di Noto.

«Manca la chiarezza, quando le modalità d’accertamento degli inquirenti e dei periti non sono quelle previste, quando ci si affida ai soli racconti dei bambini, quando si permette ai genitori di filmare i propri figli e di assumere questi video come fonte di prova, quando i pediatri escludono abusi, quando mancano i riscontri, quando non c’è una prova seria, beh … io dico che non si può arrestare la gente così.

Mi sconvolge che più genitori siano stati interrogati insieme, che la psicologa abbia fatto “indagini” con i carabinieri, che non sia stata trovata una foto, un filmino, una frase favorevole all’accusa quando il pedofilo, di regola, ostenta le sue prede. Dobbiamo essere onesti, e partire da un assunto imprescindibile. Quello che raccontano i bambini non va mai, dico mai, preso per oro colato. Ecco perché trovo incredibile che alcuni genitori possano avere girato video con i figli invitandoli a mimare atti sessuali o molestie. La parte offesa che fa il video, e questo che diventa “prova” è pazzesco e insensato. Il bimbo va spesso là dove il papà o la mamma lo portano con le domande.

“Dopo Rignano occorre una verifica sui periti delle procure perché la delicata attività dell’accertamento della verità attraverso la parola di un minore non si può delegare all’improvvisazione. Non possiamo permettere a nessuno di sbagliare, non possiamo permettere ai veri pedofili di stare fuori e a quelli “presunti”, innocenti fino a prova contraria, di finire in galera. Va fatta una valutazione scientifica del racconto dei bambini, non è che uno prende le parole e le butta nell’inchiesta: c’è un lavoro di interpretazione, di studio, di approfondimento. Domande precise»

Purtroppo i falsi abusi rappresentano una piaga di cui anche recentemente si ha un esempio, certificato da un percorso giudiziario durato sette anni e concluso in questi giorni. Si tratta della scuola materna comunale Sorelli di Brescia, in cui sei maestre, un bidello e un sacerdote erano stati accusati nel 2003 di aver abusato di 23 bambini affidati alle loro cure. Il canovaccio dell’accusa sembra ricalcare quello che descrive i fatti dell’Olga Rovere. Stesso tipo di violenze, le “feste in maschera”, le orge di gruppo cui le maestre avrebbero accompagnato i bambini per abusarne e videoriprenderli con la complicità di sacerdoti. Accuse basate sul nulla che crescono a valanga e stritolano le vite di otto famiglie degli accusati e di 23 famiglie dei bambini. Una città si spacca, lacerata tra la paura del mostro e la difesa degli accusati. Accuse nate da una diceria, da un incubo, dall’ansia che prende i genitori che involontariamente interrogano i loro figli con domande che già contengono le risposte. Una colonizzazione mentale dei genitori dei bambini, che «si erano di fatto sostituiti agli organi inquirenti». Lavori pubblicati da associazioni che inquadrano il tutto tra gli abusi ritualistici di stampo satanico, in base a quanto usato nelle orge: escrementi, torture, croci. Casualmente l’associazione anche in questo caso è la Prometeo, come quella a cui dichiara di essersi riferita Roberta Lerici dell’AGERIF per la sua preparazione in materia e per comprendere quali errori evitare per non far archiviare come a Brescia. La diffusione delle notizie e il mostro è creato, la scuola diventa scuola degli orrori. Identico è anche il percorso giudiziario: assoluzione in primo, secondo e terzo grado di giudizio.

A proposito di falsi abusi si può citare un altro caso non analogo ma che è rimasto nella storia della casistica più allarmante e che anche tra gli interroganti dovrebbe suscitare ricordi e riflessioni. Il 23 aprile 1989, Lanfranco Schillaci, tranquillo professore di matematica, di colpo divenne un mostro: giorni prima aveva portato la sua piccola, di due anni, al pronto soccorso perché perdeva sangue. Mostro, era stata la sentenza immediata sulle prime pagine dei giornali. La sua Miriam gli era stata strappata dal Tribunale dei minori e data in affido perché i genitori non potessero vederla. Teratoma sacro-coccigeo, cioè un cancro al retto, era la verità e per il quale il 3 giugno Miriam morì. Per cercate di riparare in qualche modo al pubblico ludibrio, alla forca di piazza, all’accusa più infamante che li aveva annientati, il Presidente della Repubblica Cossiga disse a Maria e Lanfranco Schillaci: “Sono qui a chiedervi perdono per le ingiuste sofferenze che la terrena limitatezza delle attività dello Stato vi ha crudelmente inferto”.

[…]

Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri
GIOVANARDI (26 maggio 2010)

NDR: gli indagati e poi imputati furono tutti prosciolti con formula piena (i.e. perché il fatto non sussisteva o per non averlo commesso) sia all’esito del primo grado a Tivoli, sia dell’appello a Roma (2014). Non ci è noto se le parti civili abbiano presentato ricorso in Cassazione, ma l’assenza di notizie da allora ci fa dubitare.

Pedofilia e satanismo. Vi ricorda nulla? Quando si “sgonfiò” il caso Rignano Flaminio di jeannedarc on 12 Luglio 2019
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